Marte Magazine El señor Pablo, a quanto ci dice il nostro sesto senso, non è un tipo che si fa raggiungere facilmente ne-anche dall’aeroporto di Fiumicino, perché se ne sta rintanato in qualche angolo del Messico, circondato da trappole per topi, con cinque ragazzini sdentati al suo servizio armati di fucili puntati sempre verso lo spazio davanti alla vetrina del negozio che lui riempie di pacchetti di peyote, macinini per il pepe verde, e statuette di Quetzalcoatl tagliate nell’ossidiana.
Lui si divide tra letargìa e scoppi di collera, come quando strepita e tira pezzi di coccio verso quei bastardi che gli scaricano scatole di cartone piene di teste di gallina davanti al retro del negozio, con la scusa che tanto lui è ricercato in Arizona. Potrei sbagliarmi, ma credo che El señor Pablo che ha pubblicato un EP omonimo, con una copertina disegnata a penna, se pure non è lui, sia un suo sosia cantautorale che lui manda in giro nelle onde sonore per creare un po’ di sconcerto nei mercati glo-balizzati della musica che lui, dalla sua posizione irregolare, finge programmaticamente di ignorare. “Senza nome” tiene gli occhi gonfi a malapena schiusi su un pizzicato ritmico indolente di chitarra e dondola svogliate strofe, perfette per chi vuole illustrare la propria monotonia, meglio se post-western: “Un tizio m’ha detto che tu ascolti i lamenti dei fiori morti…” Una seconda chitarra crea distorsioni slide del cielo biancastro facendone atmosfere pronte per l’autosepoltura, e la voce si trascina incontrando anche fasi di inceppo rauco e inquietante, ma poi conclude così il monologo da derelitto: “Hai dubitato su cosa era meglio, una nuvola o un anello… Pioggia dorata, oltre lo scoglio scoprirai che andrà meglio…” Con “Scarafaggi” entriamo in un contesto scombiccherato da orchestrina arrangiaticcia, con tamburello, campanelline circensi traso-gnate e voci in sottofondo che vocalizzano il loro entusiasmo comatoso, finchè la voce, che lascia montare la stizza sopra all’inedia, monta sopra all’eloquentemente sordido giro di basso e dice: “La lista della spesa nell’attesa di aspettare mentre aspetto tutti gli elefanti rosa…”; stridori e interventi di tastiera giocattolo in funzione fisarmonica accompagnano il flusso sommesso di coscienza (alterata): “la lista è sospesa tra la lista e la pretesa di vedere toccare un cielo di carta che si strapperà!” e nel finale il lamento insensato va oltre il linguaggio diventando un la-la-la da festival del depresso, e le altre voci sono brontolii di scarafaggi umani a spasso nel saloon di notte, illuminati dalla lampada nel teschio. La chitarraslide in “Il bosco di bambù” offre un sostrato blues al delirio psichedelico light imprestato dal ricordo della parabola incendiaria e malinconica di Syd Barrett; infatti l’arpeggio ritmico di chitarra desta in tutti il senso di un gironzolamento tra le note, mentre la chitarra slide che diventa ronzante – tipico effetto dal nome che non ricordiamo mai ma che ci trasporta verso formicolii della mente – appartiene ad una sintassi dichiaratamente visionaria. “Gal-line” dopo lo sciu-sciu-sciuariuasciù di ascendenza easy beat, con un’arietta giocosa esplora il background ideale del sempliciotto italiota: “Mia nonna coltivava le fragole in giardino, dopo il carosello tutti a nanna… Mio zio ha fatto sei anni di scuole medie e dice che voleva approfondire..”; il finale lascia spazio ad un coro di ipnotizzati stile Verdena post-Wow, che ci fa venir voglia di indagare se tra i nostri cugini ci sia stato qualcuno che abbia munto canotti nella vigna! In “Scarabeo”, pezzo destinato a cantare “Quanto è nera l’armatura di quell’insetto là, come luccica…, spinge sterco qua e là”, la chitarra acustica e la tromba in-tessono un pattern in ottima simbiosi: la prima, pizzicata, offre la rete rigida a nodi strutturali acuti di cui la seconda sottolinea alcune articolazioni con un irragionevole trionfalismo minimalista: “Scarabeo… dammi luce, che illuminerà infiniti mondi e mondi chiusi in me..., l’armatura, come è nera, luccica”. Se l’armatura del Señor Pablo è il cappotto nero e la faccia che appaiono nella foto segnata da fori di proiettili sul suo profilo Facebook di Artista/Gruppo, sappia che non ci è passata inosservata la sua somiglianza, in versione de-vastata e immusonita, con l’attore Tim Roth, e così ora non deve far altro che intestardircisicis e consolidare nel panorama musicale italiano, ma in chiave pseudo-messicana – chi dice il contrario? – quella dubbia fama da “Zucchino” balordo che Roth si è conquistato in Pulp Fiction.
Il Sette Marco Settembre
